Davanti ad un problema il matematico cerca di ricondurlo ad una formula matematica, il fisico cerca di risalire al fenomeno fisico che lo ha prodotto, l'informatico spegne e riaccende.

— Anonimo

See ya in another life, brothas.

I punti forti

I fattori che determinano l’indiscutibile valore di quest’opera, e che la rendono unica e irripetibile sono tanti. In ordine sparso.

La storia. Non tanto quanto il contenuto del plot in sé, che alla fine si rifà agli archetipi classici delle più grandi opere letterarie e mitologiche (seppur stratificandoli a sua volta), quanto l’approccio narrativo, più unico che raro. Lost è una delle storie più “character driven” mai viste. Questo termine viene usato dagli sceneggiatori per indicare tecnicamente una storia in cui gli eventi sono portati avanti dalle azioni e dalle scelte dei personaggi, in opposizione a delle storie “plot driven” dove gli eventi accadono perlopiù a causa delle situazioni collegate al plot principale (macro story line esterna). Lost è una storia piena di misteri, di plot, di sub plot ma ciò che conta davvero, ciò che va seguito, sono questi personaggi. Le loro azioni, le loro scelte, il loro destino, i loro conflitti interiori. In tutto questo, Lost realizza un vasto affresco narrativo, ma la nostra attenzione è sempre concentrata sui sopravvissuti dell’Isola. Tutto il resto è background. Il telefilm non si chiama “The Dharma Chronicles” o “The Adventures of Jacob & his brother without name”. Il titolo stesso parla dello stato d’animo di queste persone quando arrivano sull’isola. Sono Perse. E la storia che guardiamo serve a farci capire come ritroveranno loro stessi, come sapranno salvare le loro anime. Tutto il resto è fondamentale? No.

In questo senso, Lost è forse l’unica opera che mi viene in mente associabile ad un altro capolavoro moderno: l’anime “Neon Genesis Evangelion”. Anche lì, i misteri e la macro-storia dello scontro tra i robot e gli alieni-angelo è in secondo piano rispetto ai drammi umani dei protagonisti. E anche lì, il finale (per certi versi molto simile a quello di Lost, con tanto di una battuta identica riferita al protagonista «ti stavamo aspettando») suscitò grandi polemiche. Ma a distanza di anni, Eva non è stato inghiottito dal vorace dimenticatoio di questa era mediatica, tutt’altro. Lo stesso accadrà per Lost.

Il linguaggio

Lost ha cambiato per sempre il linguaggio della narrazione nei serial tv, generando una serie infinita di cloni con più o meno successo. Ha portato un nuovo e più sofisticato modo di scrivere i dialoghi, di strutturare i canonici 40 minuti (tanto è vero che ora i “flashback” sono parte integrante di molti serial, e sui “flashforward” ci hanno addirittura basato un’altra serie), di articolare i twist della trama, di montare le immagini. La narrazione di Lost permette ad ogni scena, ad ogni dialogo, di essere letto in più modi. Ogni immagine rimanda a diversi significati, permettendo un vero e proprio intrattenimento a 360 gradi. In questo senso, ci sono stati (pochi) precedenti, come Twin Peaks, collassato però su sé stesso, non essendo stato capace di mantenere alti i livelli artistici e produttivi, nonché essendo basato su un’idea a breve termine, che hanno tentato, in questo caso davvero, di allungare. Lost è riuscito a portare in televisione la nobiltà narrativa e visiva del cinema. Dopo Lost, i serial sono diventati quasi più importanti del cinema, tanto è vero che ora molti attori famosi diventano protagonisti di tv shows, e i budget allocati per i serial sono cresciuti a dismisura. Lost è stato definito da alcuni un “film lungo 6 anni”. Forse lo è, forse è meglio di un film, è stato una cosa nuova e unica. A differenza di prodotti come Twin Peaks o la trilogia di Matrix, Lost ha portato a termine un progetto narrativo e concettuale in cui, volenti o nolenti, è rintracciabile una coerenza di base (a differenza forse di uno sbilanciamento e una disomogeneità narrativa nell’arco delle sei serie, ma su questo si può discutere), in cui gli autori hanno saputo fondere pop e sofisticatezza, creando di fatto un nuovo linguaggio in grado di penetrare nelle menti e nei cuori di milioni di spettatori di età e cultura completamente diverse. In un’era in cui siamo sempre di più sommersi da costosi e insultanti blockbusters senz’anima né cervello, Lost è solamente da ammirare nella sua costante fusione tra emotività e complessità narrativa. Prendete la telefonata tra Desmond e Penny nella quarta serie. Un vera e propria pietra miliare della tv (come tutto l’episodio “The constant”, da molti riconosciuto come il migliore di Lost in assoluto). Due persone che si ritrovano, anche solo per un istante, grazie al loro reciproco amore eterno, all’interno di un articolato viaggio temporale della coscienza di un personaggio attraverso il suo stesso corpo. Assistere a una scena di questo tipo è un semplice privilegio.

I personaggi

La forza indiscutibile di Lost sta nei suoi personaggi. Caratterizzati in maniera assolutamente particolareggiata, potente, tridimensionale. Ci “agganciano” da subito (grosso merito della serie), e ci portano con loro attraverso le loro gioie e i loro dolori. Perché Lost è unico anche in questo? Perché Jack non è il solito belloccio protagonista. Di solito, se ci fate caso, nelle storie di fiction di qualsiasi media che prevedano un gruppo di personaggi il protagonista, l’eroe principale, non è caratterizzato da nessun aspetto particolare. E’ mediamente dotato in tutto, senza nessun particolare fascino. Jack è invece un protagonista atipico. Ha un grosso problema emotivo, un atteggiamento talvolta estremo verso le situazioni a cui si trova di fronte. E’ interessante. Ci si affeziona a Jack. Prendete Star wars. Quanti sono quelli che si affezionano a Luke? Han solo, sì. Anche Anakin, piuttosto, Chewbecca, santo cielo. Ma Luke? No…perché è uno stereotipo. Ma Jack è reale. Come sono reali gli altri personaggi. Non sono macchiette, sono veri e propri esseri viventi. In un telefilm qualunque, Hurley sarebbe il ciccione simpatico, fine. Ma Hurley è molto di più. Chi ha seguito Lost lo sa. Impossibile non amarlo. Che dire di Ben? Una delle menti più diaboliche della storia della fiction. Anche i personaggi minori, come Daniel Faraday, o Miles, o Rose e Bernard hanno una loro anima. Sanno coinvolgenti. Anche Vincent, dannazione, anche un cane ha spessore psicologico in Lost! Ho lasciato per ultimo lui, John Locke. Una delle personalità più amate di sempre, un personaggio dalla filosofia di vita assolutamente affascinante. Un uomo che continua a credere nonostante il suo dramma. John Locke è semplicemente… speciale. I personaggi di Lost sono straordinari nelle loro relazioni, nell’evoluzione dei loro rapporti. Sono essi, tramite le loro scelte, a determinare l’evolversi della vicenda, al di là di cosa c’è in gioco. Tali scelte, proprio perché ci troviamo di fronte a personaggi creati e descritti così incredibilmente, sono spesso imprevedibili. Come le scelte delle persone nella vita reale. Ed il rapporto tra Jack e John è una delle relazioni di fiction più incredibili, filosofiche e commoventi mai realizzate. Un conflito drammatico e insolito che incarna uno degli aspetti di maggiore importanza di questa storia, ovvero…

Il binomio fede e scienza

Nessuna altra opera aveva analizzato finora in maniera così bilaterale questo dualismo alla base della nostra interpretazione della realtà. Del nostro modo di vivere. Viviamo in un’era in cui le scoperte della fisica dei Quanti stanno ricongiungendo la spiritualità con la scienza, facendo capire all’Uomo che entrambe le strade portano alla stessa conclusione. Lost racconta questo. Mostra come lo stesso evento possa essere interpretato come un miracolo o un fenomeno scientifico, a seconda di chi lo sta osservando. Spiega scientificamente e filosoficamente come un atto di fede possa generare un fenomeno fisico, e viceversa (la serie è costellata di elementi di questo tipo, il finale ne è un esempio). E allora, anche schiacciare un semplice bottone diventa un modo di mettere alla prova ciò in cui crediamo. E’ ciò in cui crediamo a fare la differenza nelle nostre vite. A costruire la nostra realtà. La storia di Lost comincia appunto quando i personaggi hanno “perso” ciò in cui credevano e si conclude nel momento in cui l’hanno ritrovato.

Ad incarnare questi temi, tramite i personaggi, abbiamo il più grande cast mai assemblato di un’opera televisiva o forse di un’opera e basta. Attori come Terry O’Quinn (Locke) o Michael Emerson (Ben), vincitori di Emmy award ma meritevoli di molto di più, sanno far vivere i loro personaggi attraverso una serie infinita di espressioni facciali e inflessioni del tono di voce quando pronunciano le loro battute (ps: se non avete mai visto Lost in lingua originale, allora non avete mai visto Lost). Josh Holloway (Sawyer) ad esempio viene spesso sottovalutato per il suo aspetto fisico ma è un attore in grado di farvi ridere e piangere, come vuole. Anche lo stesso Josè Garcia (Hugo) nel finale ci fa commuovere tanto quanto ci ha fatto ridere negli ultimi sei anni, con un semplice “no”, pronunciato con degli occhi pieni di disperazione, rivelando il suo assoluto senso di lealtà a Jack.

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